L'IMPEGNO - Associazione o.n.l.u.s.

La storia dell’Associazione

Il presidente Mattarella consegna al dott. Luigi Panata nel 2017 l'onorificenza al Merito della Repubblica

L’Associazione L’Impegno nasce a Gubbio nel 2007, dopo un viaggio in Burkina Faso del suo fondatore, il medico Luigi Panata. Il Burkina è un paese sub sahariano, in gran parte a savana, arida e polverosa: la carenza di acqua è uno dei problemi che affliggono questa terra, oltre alla carenza di lavoro, che costringe molti giovani ad emigrare in stati limitrofi o in Europa, alla povertà che lega soprattutto gli abitanti dei villaggi all’analfabetismo e ad una vita precaria, senza la possibilità di curarsi se necessario e di educare i figli. La lingua istituzionale è il francese, che si impara a scuola; nei villaggi si parlano idiomi locali, non utilizzati nei documenti ufficiali o dai media. Avendo preso visione di queste problematiche molto complesse, il dottor Panata si chiese come poter aiutare questa popolazione pacifica ed accogliente.
Con i suoi collaboratori soci dell’associazione, intraprese una campagna di sensibilizzazione per l’adozione a distanza dei bambini burkinabè, in modo da poter permettere alle famiglie di far loro frequentare la scuola.
Il secondo progetto, ugualmente importante, fu quello della costruzione di pozzi per acqua potabile, in modo da garantire ai villaggi questo bene prezioso per gli uomini e gli animali da allevamento, e per alleviare le donne dal duro lavoro di reperire l’acqua in luoghi lontani da casa anche diversi chilometri.
In uno dei primi viaggi in Burkina, il dottor Panata fece la conoscenza dei fratelli camilliani del CMA di Nanoro. Il CMA è un centro medicale gestito dai seguaci di San Camillo De Lellis che sorge in un villaggio, Nanoro appunto, distante circa due ore e mezzo di auto dalla capitale, in direzione nord. Il centro medicale è costituito da diversi padiglioni, ognuno sede di una specialità: chirurgia, medicina, ostetricia, pediatria, che spesso usufruiscono della collaborazione di medici o infermieri provenienti dall’Europa, soprattutto dall’Italia. Il direttore dell’ospedale avanzò la richiesta di una collaborazione in campo oculistico, soprattutto di natura chirurgica, considerato il fatto che, per la forte irradiazione solare, la polvere, l’aridità del clima, le patologie oculari in Burkina sono molto frequenti, anche in età giovanile. In seguito a contatti stabiliti con oculisti ed ottici disposti a collaborare in maniera gratuita e solidale, prese forma nel 2011 il terzo progetto dell’associazione: il progetto sanitario oculisti ed ottici. Nel 2015 uno dei padiglioni presenti nel complesso, venne completamente ristrutturato da maestranze italiane e del posto, con la creazione di un reparto di chirurgia dell’occhio, fornito di sale operatorie, di salette di anestesia, di sterilizzazione, per visite di controllo e di un laboratorio per ottici per l’esecuzione di occhiali su misura.
A tutt’oggi, sono centinaia e centinaia le persone che hanno usufruito dell’opera gratuita offerta dai nostri specialisti, oculisti ed ottici, a volte venendo a Nanoro da luoghi molto lontani o da paesi diversi, come la Costa D’Avorio o il Ghana.
Nel nostro territorio, l’Associazione L’Impegno collabora con A.D.A., Associazione delle Associazioni, di cui Panata è stato uno dei fondatori. Numerose sono state nel tempo le iniziative volte a pubblicizzare l’attività e gli scopi dell’Impegno: mercatini di prodotti artigianali del Burkina, sfilate di abiti realizzati con stoffe burkinabè, incontri musicali, mostre di fotografia e di quadri, nonché sponsorizzazione di lavori letterari.

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IL Burkina Faso (ex Alto Volta)

È un paese dell’Africa Subsahariana appartenente alla cosiddetta “fascia del Sahel”, quel territorio ai margini meridionali del deserto del Sahara ed a nord degli stati costieri che si affacciano sul golfo di Guinea, quali Costa d’Avorio, Togo, Ghana, Benin, Nigeria etc.
Grande pressappoco quanto l’Italia, ospita circa 10 Milioni di abitanti, di razza nera e suddivisi in un gran numero di etnie.
Ogni etnia ha un suo dialetto, ed il Moré è quello più diffuso, ma la lingua ufficiale è il francese, imposto nell’epoca della lunga colonizzazione.

Il territorio è in larga parte pianeggiante (altopiano) e ricoperto da una savana a perdita d’occhio che si fa più rada a nord, verso il deserto, mentre a sud, in prossimità della zona equatoriale, la vegetazione si fa più fitta e compaiono numerose piante di alto fusto.
Si tratta di un paese poverissimo perché privo di qualunque risorsa : niente minerali nel sottosuolo e scarsissima fertilità del suolo in causa dell’aridità della regione.
Mentre l’assenza di giacimenti importanti, visto quel che succede in altre parti dell’Africa, può essere un bene per aver evitato guerre e deportazioni, la cronica mancanza d’acqua rende davvero difficile la vita al popolo burkinabé.
La capitale Ouagadougou (quasi un milione di abitanti) e Bobo-Doulasso (350.000) sono le due città importanti, simili ad altre città africane, dove si vedono i segni di un progresso che, pur con le sue briciole, ha inevitabilmente investito anche queste realtà.
Questo è avvenuto soprattutto negli ultimi anni, in cui il Burkina Faso, grazie al fatto di essere un paese pacifico, ha ricevuto consistenti aiuti internazionali.
Al di fuori delle città, nella brousse disseminata di piccoli villaggi, esiste veramente una civiltà primordiale nella quale poco è cambiato in migliaia di anni, tanto più quanto il villaggio è lontano dalle vie di comunicazione.
Il Burkina Faso è una Repubblica Presidenziale dove si tengono libere elezioni (per quanto ciò possa significare in un paese con il 92% di analfabeti) dal 1983 ed il Presidente della Repubblica è Mr. Blaise Compaoré.
Gli abitanti sono di religione animista (seguono cioè le credenze tribali) per il 55% musulmana per il 30% e cattolica per il 15%.
La moneta è quella unica per i paesi del Centro Africa, vale a dire il Franco CFA che vale un centesimo del Franco Francese e perciò, oggi 0,015 Euro.
Al di fuori delle città, dove esistono l’Amministrazione dello Stato, il settore terziario, i commercianti e, in fondo, quasi tutte le categorie del mondo civilizzato, la vita dei villaggi si basa su di una agricoltura di sopravvivenza, praticata nel breve volgere della stagione delle piogge, da Giugno ad Ottobre, con l’obiettivo di produrre miglio e qualche altro cereale da immagazzinare nei tipici granai di paglia per il sostentamento della famiglia nel corso dell’anno. Si pratica un allevamento di polli o capre o vacche nella misura in cui è disponibile un po’ di foraggio ed una piccola pesca negli stagni dove si conserva l’acqua per tutto il periodo di siccità (da Ottobre a Giugno senza possibilità di piogge intermedie).
L’acqua di questi stagni è anche quella che si beve (al massimo filtrata da un sottile diaframma di terreno superficiale che si ottiene scavando a mano un pozzo a poca distanza dallo stagno), con tutto il suo contenuto di micro e macroorganismi, e che viene usata per ogni necessità.
Le caratteristiche igieniche di quest’acqua sono talmente terribili che l’acqua stessa è il veicolo principale attraverso il quale si contraggono la dissenteria, il tifo e molte spaventose parassitosi che seminano la morte e le sofferenze più crudeli soprattutto fra i bambini.
Le famiglie vivono nelle classiche capanne di fango col tetto di paglia, a pianta circolare o rettangolare con niente altro che qualche utensile e un giaciglio di foglie.
Le donne svolgono un durissimo lavoro : vanno a prendere l’acqua anche a grandi distanze, a far legna da ardere, macinano il miglio con due pietre ed impastano la farina ottenuta per formare il tôt, una specie di polentina che è il piatto base della dieta burkinabé : inutile dire che si mangia, se va bene, una volta al giorno.
In caso di mancato o parziale raccolto, di più acuta siccità, nonostante la solidarietà totale all’interno del villaggio, sono la fame, la sete, le malattie da denutrizione e le infezioni a ridurre il numero delle bocche da sfamare ripristinando un crudele equilibrio fra la vita ed i fattori che la limitano.
Ciò nondimeno, è presente ovunque la consapevolezza, grazie anche all’azione capillare delle organizzazioni religiose indigene, che esiste una soluzione per tanti dei gravissimi problemi che questa gente patisce  e questa consapevolezza crea una speranza là dove c’era solo rassegnazione, ma anche l’angoscia di chi non può facilmente disporre di ciò che può salvare la vita sua o del suo bambino.
Quest’angoscia spinge all’inurbamento di molti disperati e provoca un afflusso consistente verso i dispensari (strutture sanitarie con qualche medicinale ma senza un medico) e le missioni dove, nei limiti del possibile, tanta gente viene salvata. 
Con tutto ciò le persone che si incontrano, specialmente i bambini, appaiono, spesso, cordiali e sorridenti e questo contatto molto difficilmente lascia indifferenti.

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